lunedì 23 febbraio 2015

Lunedì film: Luigi Filippo D'Amico "Guglielmo il dentone"

Negli anni sessanta e settanta i cinema italiani ospitarono spesso i cosiddetti "Film a episodi", in cui tre o più micro film venivano collegati da un filo conduttore, a volte assai flebile. 

Alcuni di questi episodi ebbero uno strano destino, cioè quello di risplendere di luce propria. Accadde così per il terzo ed ultimo episodio di un film del 1965 "I complessi", in cui il primo e secondo ("Una giornata decisiva" di Dino Risi con Nino Manfredi e "Il complesso della schiava nubiana" di Franco Rossi con Ugo Tognazzi) seppur godibili non vengono quasi mai ricordati. 

Il terzo invece è entrato, da subito, prepotentemente, tra le pietre miliari della Commedia all'Italiana, con un personaggio che è diventato un idolo per parecchi "secchioni": Guglielmo Bertoni o, per tutti "Guglielmo il dentone". 


Un ruolo strano per Alberto Sordi (che con Luigi Filippo D'Amico aveva lavorato in "Bravissimo"): non è il solito Sordi piccino, meschino e crudele di tante commedie. Qui Sordi è un aspirante al ruolo di annunciatore del telegiornale che sarebbe addirittura odioso per la sua competenza, se non confessasse di aver accudito la madre malata e di aver dovuto quindi rinunciare a molte ambizioni. Ha anche un difetto che lo rende umano (la sua guida è a dir poco sportiva) e un'incredibile ed evidentissima dentatura che dovrebbe stroncarne qualsiasi velleità televisiva. 

Il concorso a cui Guglielmo partecipa ha già un vincitore annunciato: Francesco Martello, bello e fidanzato di Gaia Germani, allora popolare attrice (e co protagonista del film, come altri famosi volti televisivi dell'epoca), un Franco Fabrizi in uno dei suo tanti, troppi ruoli da sbruffone. La commissione ovviamente fa di tutto per favorire Martello e fermare la corsa di Bertoni. Quando iniziano le prove viene sottovalutato, passando incredibilmente il test video (con un'incredibile serie di scioglilingua), stupendo tutti con lo scritto (con citazioni anche in fiammingo) e scansando un'immotivata esclusione per motivi burocratici (ritardo nella consegna della raccomandata). Qui la commissione inizia ad essere influenzata dai complessi del titolo del film: nessuno vuole chiaramente dire a Guglielmo che non è telegenico, ma tutti vogliono escluderlo, sperando nell'ultima prova.

Ma è l'orale che crea il mito: riesce a dimostrare che il testo su cui sono state scelte le domande non è aggiornato e che quindi i suoi predecessori hanno fornito per gioco forza una risposta sbagliata.  Quando nei televisori di tutta Italia appare l'inconfondibile fisionomia del Dentone, gli spettatori sono prima perplessi, poi affascinati ed attratti dalla competenza, dal garbo e dalla bravura dell'outsider. 

Perché sono così affascinata da Guglielmo il Dentone? Perché, in fondo, siamo in tante/i ad essere come lui e vorremmo un mondo in cui il candidato più bravo vince. Con questo episodio partecipo ai Lunedì film di Iome


 

domenica 22 febbraio 2015

lunedì 16 febbraio 2015

Lunedì film: "Il Marchese del Grillo", Mario Monicelli

  C’era una vorta un Re cche ddar palazzo
mannò ffora a li popoli st’editto:
«Io sò io, e vvoi nun zete un cazzo,
sori vassalli bbuggiaroni, e zzitto.
             
     Io fo ddritto lo storto e storto er dritto:
pòzzo vénneve a ttutti a un tant’er mazzo:
Io, si vve fo impiccà nun ve strapazzo,
ché la vita e la robba Io ve l’affitto.
            
     Chi abbita a sto monno senza er titolo
o dde Papa, o dde Re, o dd’Imperatore,
quello nun pò avé mmai vosce in capitolo».
            
     Co st’editto annò er Boja pe ccuriero,
interroganno tutti in zur tenore;
e arisposeno tutti: «È vvero, è vvero».

Giuseppe Gioacchino Belli, il 996, scrive questo sonetto (Li soprani der Monno vecchio) nel 1832. Partiamo, per il nostro Lunedì film grazie a IoMe, dal terzo verso, che è la battuta più celebre della nostra pellicola odierna. A Roma la citano continuamente, a volte con intento bonario, altre con crudeltà lucida. La crudeltà lucida con cui Onofrio del Grillo, marchese, evita un arresto irrimediabile per gli altri coinvolti ner fattaccio. 

Perché riesce nell'intento? Facile, perché nell'anno di grazia 1808, nella Roma papalina sconvolta da Napoleone, essere il Marchese del Grillo permette qualsiasi trasgressione, anche il vestirsi da popolano e girare per osterie assieme al fido Ricciotto. 

Agli occhi contemporanei, invece, l'arresto è evitato dal fatto che il Marchese del Grillo è Alberto Sordi. 

"Ah... me dispiace. Ma io so' io... e voi non siete un cazzo!" Lievemente modificata rispetto all'originale.

E'il 1981, e Monicelli e Sordi, due grandi cinici, due amanti di Roma, fanno coppia in una commedia amarissima sul ruolo del potere e dei privilegi acquisiti. Monicelli dirigerà l'anno successivo quella che è considerata l'ultima "Commedia all'italiana", il secondo atto di Amici Miei, e Sordi viene dalle esperienze degli anni settanta, in cui è stato protagonista di film molto più impegnati e impegnativi di quelli degli esordi. I due avevano già affrontato la prova impegnativa de "Un borghese piccolo piccolo" cinque anni prima e sconvolgono le carte in tavola. Va detto subito: il film funziona a tratti, ma in quei tratti ha fantastici lampi di genio. 

Del primo vi ho già parlato, ma non posso non citare il processo ad Aronne Piperno, in cui il povero ebanista ebreo (uno degli ultimi ruoli di Riccardo Billi) non riesce ad avere giustizia poiché il marchese ha corrotto chiunque per dimostrare che a Roma ha ragione chi è ricco. Il gesto finale del Marchese, che paga il doppio del dovuto all'artigiano e gli regala un piccolo podere per rifonderlo dell'umiliazione subita in quanto ebreo (pece e piume, giusto per) non fa che confermare la personalità megalomane di Onofrio, assurtosi a censore di un sistema di cui fa parte con grandissima soddisfazione. 

Altro momento magico è la scena di Gasperino il Carbonaro che licenzia l'amministratore infedele (Se tu me freghi qui, me freghi su tutto! Perciò sei un ladro; sei ladro tu, tu padre e tu nonno e io ve licenzio a tutti e tre) e quanti ricordi di alcune pagine del Gattopardo. 

Accanto a Sordi, che, come al solito giganteggia impedendo a chiunque altro di rubarli anche un angolino di scena, il già citato Riccardo Billi, il papa Pio VII di Paolo Stoppa (l'unico a poter tener testa al protagonista) che ha il pesante compito di pronunciare "Non possiamo. Non dobbiamo. Non vogliamo", il Don Bastiano di Flavio Bucci, il personaggio forse più drammaticamente autentico del film, un inedito Aurelio "Cochi" Ponzoni tra la fine del duo e la riscoperta degli anni novanta nel ruolo del cognato Rambaldo. Cioè un cast per cui oggi bisognerebbe fare carte falsissime. 

Il Marchese del Grillo è un film profondamente romano, della Roma sparita di Roesler Franz e della Roma corrotta di Belli, dei nobili e del popolino, del Papa Re e della Rivoluzione francese che avanza facendo finire il tutto. Superstiziosa, piccina, ottusamente conservatrice, la Roma papalina è il Marchese del Grillo, e solo Sordi poteva dare corpo a tutto questo. Tutto, scenografie stupende, costumi sontuosi, trama non sempre adeguata, sono semplici accessori alla recitazione di Sordi e alla regia di Monicelli. Al loro cinismo e alla loro crudeltà. 

Chiudiamo con una nota: la celebre battuta non è una novità nel cinema italiano. La dice Pippo Franco nei panni di Romolo in un film del 1976 Remo e Romolo - Storia di due figli di una lupa.

domenica 15 febbraio 2015

Telefonate e libri neri

"Pronto, scusi, qui è la TiempoNord, lei ha partecipato al concorso Nivea?"

L'incipit della telefonata è uno di quelli che fa sfregare le mani all'Economa (il che, quando si è nel bel mezzo di una telefonata, non è punto facile), ma stavolta non è andata così. Perché la telefonata la ha ricevuta (rullo di tamburi e fiato alle trombe, Turchetti) il Radioamatore. Che si è affrettato a sussurrare "E'la TiempoNord!" all'Economa che lo osservava curiosa. 
Com'è, come non è, in estrazione finale il signor Radioamatore Ladino è risultato vincitore di un'ulteriore carta spesa da cinquanta euro. 
Attimo di entusiasmo generale e si torna alle consuete attività. Passa un quarto d'ora e squilla il telefonino dei concorsi dell'Economa (breve spiegazione: l'Economa si è recentemente dotata di telefonino di ultimissima generazione, ma ha sempre con sé un vecchio Nokia scassone indistruttibile, regalo del Radioamatore di parecchi anni or sono, dotato di sim-muletto ed utilizzato quasi esclusivamente per concorsi a premio): vi dico solo che quando ha capito chi fossimo, la gentilissima addetta della TiempoNord si è messa a ridere. Altri cinquanta euro. 

Dovete sapere che per il progetto del "gruppo del fare" la sora Economa ha deciso di mettere nero su bianco la sua attività concorsistica 2015 e di fare le cose benino. Quanto ho investito, quanto ho eventualmente vinto, cosa ho ricavato, il tutto scritto sul libro nero di cui abbiamo una diapositiva. 





L'arguto osservatore noterà che trattasi di agenda 2014 (se una nasce tirchia, rimane tirchia); noterà altresì le parole "Vallelata Ciuffo" accanto al numero magico 11. Ecco, questo è il rovescio della medaglia del concorsista. Avevo investito parecchio in un concorso contabilizzato 2014 che ritenevo abbastanza facile da vincere (in palio c'erano 30 tablet Samsung Galax): le caratteristiche erano a me favorevoli. Il prodotto lo consumiamo (in effetti è un buon fiordilatte industriale), il concorso era riservato ai prodotti dei negozi di prossimità (quindi meno partecipanti) e si dovevano spedire le prove d'acquisto (quindi sbattimento di preparazione, ergo meno concorrenza). 

11 buste. 11 bellissime buste, una diversa dall'altra. 

Avessi vinto un tablet. Manco mezzo.  Dato che nel giro dei concorsi le vincite sono uscite, trattasi della famosa sfiga fotonica che ogni tanto capita. Questo per rendere chiaro che nella vita del concorsista non tutto è facile e, soprattutto, bisogna contabilizzare perdite e vincite (non come fanno alcuni giocatori che rendono pubbliche solo le seconde).

Se ve lo chiedete sì, il Radioamatore si sta facendo delle grasse risate. Ma non demordo: in settimana giro acquisti per altro concorso, con una carta prepagata vinta nel 2014. Prodotti abbastanza cari, ma per cui ho già messo in moto la macchina dei coupon!

 

sabato 14 febbraio 2015

#ioleggoperché

#ioleggoperché

#ioleggoperché lo faccio con estrema soddisfazione da quando avevo quattro anni
#ioleggoperché mi piace, e lo grido ai quattro venti
#ioleggoperché tra saltare un pasto e saltare un libro, incredibilmente preferisco la prima ipotesi
#ioleggoperché chi mi disturba mentre leggo rischia le penne

E per l'iniziativa, vi rimando alla 'povna che in queste cose è molto più brava di me!

lunedì 9 febbraio 2015

Lunedì film. Luchino Visconti, Il Gattopardo

Ce l'avevo in mente da un po', la double feature libro e film. Sì, perché mi è venuta in mente la mia infanzia, quando sotto Natale trasmettevano i film animati di Asterix ed io ero delusa dalla voce dei doppiatori, perché nella mia testa Obelix aveva un timbro che non corrispondeva a quello che fuoriusciva dalle casse della TV.

Quindi parliamo de "Il Gattopardo", film del 1963.

 

Cosa dire del film di Visconti? Per prima cosa taglia tre macro sequenze: una è la visita di Padre Pirrone al paese natale, le altre due sono invece la morte del Principe e la cupa conclusione del romanzo. Il film finisce narrando l'alba della mattina dopo il ballo, con il presagio di morte che aleggia su Fabrizio senza essere portato a compimento.

L'ambientazione è magnifica, girata in gran parte in veri palazzi nobiliari (un consiglio, se vi capita di essere ai Castelli Romani visitate il Palazzo Chigi di Ariccia, dove è girato il dialogo tra il Principe e Chevally, poiché conserva alcuni pezzi unici quali le tappezzerie in cuoio), con un'attenzione particolare ai costumi. Claudia Cardinale ricordava le piaghe procurate dal busto (aggeggio che ha provocato ecatombi, non scordiamolo, poiché comprimeva gli organi interni in nome di giro vita minuscolo). 
Burt Lancaster, non la prima scelta di Visconti per il ruolo di Fabrizio e quasi imposto dalla produzione nell'inutile speranza di un successo di cassetta del film negli USA, diviene IL Gattopardo, con un trucco che addirittura crea una somiglianza con un felino, giganteggiando in tutto il film, quasi come nel libro.

E'su Tancredi e Angelica che trovo qualche pecca: bellissimi e giovanissimi, Delon e Cardinale potrebbero ben rappresentare la doppiezza dei personaggi (il primo, più che la seconda, fanno lampeggiare appena in qualche scena il profondo cinismo), ma Visconti non calca questo aspetto, evidenziando lo splendore più che la crudeltà. Molto più azzeccato il Cavriaghi di Mario Girotti (non ancora Terence Hill ed una delle tante ossessioni estetiche di Visconti), meno malizioso dei brillanti siciliani a cui deve far da paravento e pregno di un'innocenza che non si trova nella tormentata Donnafugata.
Il troncamento della trama non permette a Concetta (Lucilla Morlacchi, più attiva nel teatro che nel cinema) di esprimere la sua moralità tutta gattopardesca (nel senso della famiglia Corbera, non in quello successivo), chiudendosi nell'immagine di innamorata delusa. 

Un film che ha infine un incredibile pregio: pur durando più di tre ore (nella versione estesa), scorre sempre piacevole ed interessante. Da vedere e, se si ha davanti una lunga serata invernale o un caldo pomeriggio estivo, da rivedere con piacere. 

Per i Lunedì film di Iome.

domenica 8 febbraio 2015

Il gruppo del fare

Ha preso forma per caso, in occasione di un concorso a premi. 

Avevo ripreso un post di Iome in cui si prospettava un anno del fare, ed effettivamente ad un mese di distanza posso constatare che ho fatto, faccio e sto facendo. Cosa?

Ho iniziato a potenziare le due-tre cose in cui sono abbastanza abile (la burocrazia, innanzitutto, o l'acquisto di beni e servizi con la tecnica "Pazzi per la spesa") ed è stato un buon inizio 2015: per le cose serie ho sbrogliato un paio di matasse toste conto terzi, ne sto studiando almeno altre due e quando di mezzo c'è la malattia bisogna fare presto e bene.
Per il "Pazzi per la spesa" ho comperato il Dash Ecodosi Pods da 18 capsule a 1,19 euro e vado a vantarmene al bar, sto per far scorta di Pantene a 0,90 euro e durante questa mattinata pianificherò un concorso (Lactacyd - Tigotà) poiché la Divinità dei Concorsiti mi ha fatto arrivare venerdì una carta acquisto Tigotà vinta con un altro concorso ad ottobre (ho una vita molto piena....). 

Cucino, con gusto, piatti nuovi che stranamente trovano l'approvazione del Radioamatore. 

Il lavoro? Il lavoro va a gonfie vele, e mi è caduta dal cielo un'attività supplementare insperata e fonte di bonus: gestione di un archivio (che per me corrisponde al gelato di vaniglia, quello buono). 

Ho iniziato a far partire con ancora maggior frequenza pacchi e buoni sconto in giro per l'Italia a parenti e amici. 

Sto facendo. 

Mi piace.

venerdì 6 febbraio 2015

Critica letteraria Economa: Il Gattopardo, Giuseppe Tomasi Di Lampedusa

"They are coming to teach us good manners, but they wont succeed, because we are gods"

Così spiega Fabrizio Corbera, Principe di Salina, le ragioni del mondo dei grandi nobili siciliani che sta finendo. Lo spiega ad Aimone Chevalley di Montersuolo, grigio ed onesto funzionario savoiardo che vuole offrirgli un posto da Senatore.

L'incontro tra due mondi a Donnafugata è una delle tante scene magistrali che formano "Il Gattopardo", romanzo affascinante sia per la sua genesi editoriale che per il suo gigantesco protagonista. Fu Giorgio Bassani, su consiglio di Elena Croce, a volerne la pubblicazione presso Feltrinelli, dopo che Vittorini lo aveva bocciato; l'autore Giuseppe Tomasi di Lampedusa era morto poco tempo prima, passando gli ultimi mesi della sua vita a rifinire il manoscritto. Autentico nobile siciliano, mitizza nel principe Fabrizio un suo antenato; il romanzo è situato cronologicamente tra il 1860 ed il 1910 e narra la fine di un mondo che si riteneva immutabile, quello della grande nobiltà terriera siciliana.
Il crollo della monarchia borbonica per mano di Garibaldi si instaura in un momento in cui già le grandi famiglie stavano assistendo al "volo delle rondini", la vendita dei latifondi per mantenere uno stile di vita assai dispendioso; vittima del più spettacolare volo di rondini che si ricordasse in Sicilia è Tancredi, nipote di Fabrizio, il cui padre aveva devastato un immenso patrimonio.

E'Tancredi, nel primo capitolo, a pronunciare una delle battute più famose è più spesso mal ripetuta della storia della letteratura italiana: annunciando allo zio la sua decisione di unirsi ai garibaldini, afferma "Se non ci siamo anche noi, quelli ti combinano la repubblica. Se vogliamo che tutto rimanga come è, bisogna che tutto cambi. Mi sono spiegato?"

Calcolatore, opportunista, cinico, affascinante, Tancredi di Falconeri si presenta subito come una personalità forte, nonostante la sua giovanissima età, che vuole scappare al destino di decadenza del suo mondo e della sua terra; gli mancano però i soldi per affrontare il salto e un possibile matrimonio con Concetta, una delle figlie del principe Fabrizio, non gli permetterebbe l'agiatezza necessaria. Forse Fabrizio vuole bene a Concetta, se per lui è possibile parlare di affetto, e Concetta sicuramente è attratta da Fabrizio, ma è attratta come può esserlo una rigida gattopardina, ancora legata al mondo morente della nobiltà siciliana, ai suoi canoni ed ai suoi legami sconvolti da Garibaldi. In estate, quando tutto è compiuto e la Sicilia è ormai terra dei Savoia, la consueta villeggiatura estiva a Donnafugata, un feudo di famiglia, muta i destini dei protagonisti. Nella scena irrompono don Calogero Sedara, borghese affarista che approfitta della poca dimestichezza di molti nobili nel gestire i beni per creare il suo impero economico, e sua figlia Angelica. Giovanissima, sensuale più che bella, Angelica colpisce doppiamente Tancredi, con il fascino e con il patrimonio; l'educazione a Firenze l'ha resa accettabile per un'entrata in società tramite matrimonio. Anche lei cinica, anche lei calcolatrice, scorge in Tancredi il mezzo per crearsi un ruolo sociale insperabile fino a pochi anni prima. Don Fabrizio vede il crollo delle speranze di Concetta, e freddamente non interviene, acconsentendo al matrimonio di Tancredi ed Angelica; sa che il nipote può lasciare la Sicilia per una carriera politica a Roma e non vuole frenarlo. 
E'a Donnafugata che avviene il dialogo con Chevalley, che sarà ben lieto di tornare al suo operoso e povero Piemonte dopo aver annusato l'aria di morte del feudo gattopardesco, e sono pronti a partire anche Angelica e Tancredi, verso un destino di coppia mediocre ed una brillante carriera sociale. Don Fabrizio lo sa: il loro mondo vivrà sotto altra forma, ma vivrà, grazie al fiume di danaro portato da Angelica. Anche l'impresentabile don Calogero arriverà a Palermo, ingentilendo i modi rozzi ed ingraziandosi i nobili con la sua arguzia merceologica.

Il gigante, l'uomo alto due canne morirà a Palermo più di venti anni dopo, in un albergo, senza l'amata moglie Maria Stella che lo aveva preceduto. Non nel suo palazzo, non nel suo letto, non assistito dal suo medico. Tancredi, ormai brillante uomo di mondo, sarà comunque lì.

Non sarà però presente nell'ultimo capitolo del romanzo, quando tre delle gattopardine, tra cui Concetta mai sposatasi, ormai invecchiate verranno private delle reliquie della loro cappella per volere del Carinale Arcivescovo di Palermo, stanco dei capricci e della superstizione delle tre reduci. Angelica si sta preparando al cinquantesimo dell'impresa di Garibaldi a Palermo ed offre un biglietto d'onore a Concetta per la celebrazione. La memoria di un aneddoto salace che Tancredi raccontò la sera della cena a Donnafugata dove si compirono i destini del trio, aneddoto rivelatosi solo ora falso e che Tancredi aveva narrato per scoprire le reazioni delle due rivali, risveglia in Concetta i sentimenti di cinquanta anni prima. Capisce che la sua reazione irrigidita aveva spinto Tancredi a scegliere la volgare, ma viva, Angelica. Il suo mondo crolla definitivamente e non può fare altroche gettare nell'immondizia il cane Bendicò, fedele compagno del Principe durante i tumulti del 1860 e ridotto dopo cinquanta anni a inquietante presenza imbalsamata.

Due personaggi sgradevoli, Tancredi e Angelica, doppi anche quando proiettano l'immagine di perfetti innamorati durante il ballo; due personaggi lontani, Fabrizio e Concetta, il primo conscio del crollo imminente, la seconda vestale di un mondo che fu. Tanti triangoli, Tancredi-Angelica-Concetta, Fabrizio-Maria Stella- la morte, le capitali d'Italia che si susseguono nella storia di Angelica, per cui però Torino è sostituita dalla Sicilia, dal mondo da cui proviene e che non la abbandonerà mai. Il termine gattopardesco entrato nel lessico comune grazie a Tancredi, e non al giganteggiare sopra tutti gli altri, anche per perspicacia, di Fabrizio. 

Un libro da leggere e rileggere, per scoprire ogni volta diverse sfaccettature di una verità che viene sepolta non appena si manifesta. 

Con "Il Gattopardo" partecipo per la prima volta ai Venerdì del libro.



domenica 1 febbraio 2015

Lunedì film: Febbre da Cavallo

Come nasce un film di culto? Cosa porta una pellicola di cassetta a diventare un successo a venti anni dall'uscita nei cinema? 

Con questo mio contributo per Lunedì film (che, penso, mi costerà l'espulsione immediata e motivata dalla rubrica) vorrei mettere in chiaro alcuni punti che, pur esistendo numerosissima letteratura sul film, non sono ancora stati analizzati. 

Parliamo di Febbre da Cavallo. 



Sarà una narrazione strutturata in tre parti: la prima intende far luce sul film e sugli attori, ed è ambientata nel 1976, la seconda è un intervallo che copre i destini dei protagonisti dal 1976 al 1995, la terza invece sul suo improvviso successo a metà degli anni novanta, e qui posso dire orgogliosa "Io c'ero".

La trama è semplice: tre amici, Bruno Fioretti detto "Mandrake", attorucolo e indossatore, Felice Roversi, parcheggiatore e Armando Pellicci, detto "Il Pomata", ex fantino, sono ossessionati dalle scommesse e dall'ippica. Quando, invece di puntare sulla Tris suggerita a Gabriella, fidanzata di Mandrake, da una cartomante ed effettivamente vincente, piazzano una scommessa su Antonello da Messina ("E lo guida Bocconi") perdendo un colpo da venti milioni ("Me servono 20 mijoni Mafa', 20 mijoni"), hanno l'unica possibilità di rifarsi facendo vincere il Gran Premio degli Assi a Soldatino dell'Avvocato De Marchis. 

A leggerla, una semplice trama da commedia come tante. Allora, perché? Partiamo dall'inizio. 

1976

Avete presente tutte quelle commedie a basso costo che escono sotto Natale con protagonisti comici televisivi? Febbre da Cavallo nasce come uno di questi film di cassetta. Perché a posteriori è facile dire "Uehlà, un film di Steno con Proietti e Montesano, chissà quanto sarà costato, e che successone sugli schermi!": in realtà, dopo l'epoca d'oro del sodalizio con Sordi e Totò (almeno sul piano economico, perché su quello della critica i due attori erano ancora ben poco considerati), Steno dirigeva anche tre film l'anno e non sempre dei capolavori o dei successi al botteghino ("Anastasia mio fratello" del 1973 fu firmato Stefano Vanzina, quasi volesse dividere questo film drammatico dal resto della produzione). Gigi (nei titoli Luigi) Proietti ed Enrico Montesano erano nel 1976 rispettivamente un attore soprattutto teatrale il primo (quasi travolto dal ruolo di Aldemar in "Alleluja brava gente" del 1970 ottenuto come sostituto improvvisato di Domenico Modugno) e televisivo il secondo (aveva inanellato una serie di successi in trasmissioni in cui faceva da spalla alla grandissima e mai troppo rimpianta Gabriella Ferri). Eh, ma c'era anche Adolfo Celi, l'Emilio Largo di Thunderball; sì, ma anche Celi (immenso attore e regista teatrale che aveva passato anni in Brasile) era spesso protagonista in televisione. Se nei primissimi anni settanta girò sia lo sceneggiato "Joe Petrosino" che un filmetto dal titolo "Amici miei", era in quel periodo più famoso per il primo che per il secondo (il Sassaroli! Non mi consideravano il Sassaroli!). Gli altri attori erano o emergenti (Marina Confalone aveva 25 anni e veniva dalla compagnia di Eduardo), in una fase di transizione (Catherine Spaak, da ninfetta a signora della televisione italiana) o solidi caratteristi (Mario Carotenuto, 167 titoli su IMDB).

Quindi "Febbre da cavallo" in origine era un film di cassetta, destinato ad una decente durata sugli schermi, ad incassare dignitosamente e a perdersi ben presto nel dimenticatoio come tante altre pellicole. Cosa che fece.

Intervallo

Io non so se sia stato "Febbre da Cavallo" a portar fortuna, ma  per i due protagonisti il 1976 diviene un anno magico. 

Gigi Proietti, assieme a Roberto Lerici, autore di "Fatti e Fattacci" che nel 1975 aveva portato l'attore romano ad intraprendere un interessante sodalizio con Ornella Vanoni, scrive un one man show che doveva rimanere in cartellone per sei giorni, dato che il genere in Italia non era molto conosciuto e apprezzato. Peccato che il titolo dello spettacolo fosse "A me gli occhi, please", ancora ricordato come una delle pietre miliari del teatro capitolino: 300 repliche, e carriera di Proietti decollata definitivamente.

Enrico Montesano, nel 1977 è protagonista di "Quantunque io", spettacolo televisivo trasmesso a colori di Rai 2 (gli spettacoli con la Ferri erano girati a colori, e così li vediamo nell'archivio Teche Rai, ma erano trasmessi in bianco e nero perché la televisione a colori in Italia iniziò nel 1977). Anche qui, enorme trampolino per l'attore romano, che diviene un volto popolarissimo di cinema, teatro e tv per tutti gli anni ottanta.

L'opera di Steno viene presa di nuovo in considerazione.... quando i figli Enrico e Carlo diventano i precursori del cinepanettone, inanellando una serie di successi di cassetta e costume per almeno un decennio.

Adolfo Celi entra nel mito grazie al Sassaroli, pur passando per una triste esperienza televisiva con "I Borgia" nel 1981 (trasmessa nel Regno Unito, la serie soffrì molto per la pronuncia poco british di Celi, e viene ricordata come un fiasco); ne viene rivalutata tutta l'opera.

La Spaak lancia nel 1988 "Harem" e lo conduce per 15 anni con garbo e classe. 

Marina Confalone appare in una robusta serie di film, e gradisco più ricordare "Così parlò Bellavista" (in cui è perfettamente in parte) rispetto a "Il Marchese del Grillo" in cui è stereotipata. 

Ennio Antonelli (Manzotin), noto volto della Cinecittà meno blasonata, era stato caratterista nel vanziniano Sapore di Sale e attore non protagonista nel ruolo di Spartaco Sacchi ne "I ragazzi della terza C", serie televisiva ancora ben impressa nelle giovani menti. 

Passano gli anni ottanta, passano i primi anni novanta ed arriviamo al....

1996

Gigi Proietti ottiene un enorme successo come "Maresciallo Rocca": parte con 8 milioni di spettatori, chiude con 15 milioni. La serie viene promossa da Rai 2 a Rai 1 ed è un fenomeno televisivo.

MA

Non esistono solamente le grandi stazioni televisive, ne esistono anche di locali; a Roma da qualche anno è popolare Super 3 (che ha purtroppo cessato le trasmissioni nel 2013), soprattutto per il suo buon portafoglio di cartoni animati anche dedicati ad adolescenti e giovani adulti (ci passeranno anime come Ranma 1/2). Quindi parecchi universitari sclerati bazzicavano quel canale soprattutto all'ora di merenda, circa verso le 17.00, quando i neuroni hanno bisogno di una pausa dopo ore passate a litigare con lo studio. Tra di loro, la scrivente e il di lei fratello, allora entrambi facenti parte della categoria.

A metà pomeriggio Super 3 trasmetteva dei film a basso costo, ed in un periodo ne ruotava due: il primo era "Due strani papà" con Pippo Franco e Franco Califano, regia di Mariano Laurenti, con una storia comunque interessante da raccontare. E'una commedia del 1984 mai uscita nei cinema, perché al momento della distribuzione il Califfo fu coinvolto in una brutta vicenda giudiziaria per cui passò qualche tempo in carcere, prima di venire totalmente prosciolto nel 1987. I grandi spettacoli televisivi del Bagaglino inizieranno proprio in quell'anno e Pippo Franco vivrà una stagione di record di ascolti: la sua carriera cinematografica, anche quella in gran parte sotto l'ala di Pingitore, viene un po'tralasciata e "Due strani papà" entra direttamente nel circuito delle tv locali. 

Il secondo è "Febbre da cavallo". Il virgulto universitario capitolino medio (e il virgulto universitario fuori dal GRA medio) iniza a memorizzare intere parti dei dialoghi; a mensa, si inizia a parlare citando le battute. La VHS del film (eh già, siamo nel periodo pre youtube, ma in cui c'era già la possibilità di fruire dei film a casa), rarissima, diviene merce di scambio preziosa (io ce l'avevo!). 
Si iniziano a cercare le location del film (ancora oggi a volte c'è più gente davanti al Gran Caffé Roma che alla scalinata dell'Ara Coeli lì di fronte). Il vecchio film di cassetta con attori televisivi era maturato in un buon film con attori famosissimi, un regista finalmente apprezzato ed una serie di situazioni e dialoghi esilaranti.  

Inizia la sua storia di film cult, con cui partecipo ai Lunedì Film di Iome (che avrebbe ragione a lapidarmi a causa dei miei gusti cinematografici).  


« Chi gioca ai cavalli è un misto, un cocktail, un frullato de robba, un minorato, un incosciente, un regazzino, un dritto e un fregnone, un milionario pure se nun c'ha na lira e uno che nun c'ha na lira pure se è milionario. Un fanatico, un credulone, un buciardo, un pollo, è uno che passa sopra a tutto e sotto a tutto, è uno che 'mpiccia, traffica, imbroglia, more, azzarda, spera, rimore e tutto per poter dire: Ho vinto! E adesso v'ho fregato a tutti e mo' beccate questa... tié!. Ecco chi è, ecco chi è il giocatore delle corse dei cavalli. »