mercoledì 23 dicembre 2015

A caldo

La famiglia Skywalker è composta da un branco di emeriti fagiani. 

domenica 13 dicembre 2015

Economics for dummies: corollario bis

Io non sono in grado di investire in autonomia tutto il mio ABBONDANTE (ah, ah, ah) patrimonio, quindi devo per forza di cose appoggiarmi ad una banca o ad un promotore per piazzare parte dei miei dobloni e marenghi, quelli che metto da parte per la vecchiaia.

Io non sono in grado di investire da sola perché non ne ho la capacità professionale, però seguo tre regole che mi hanno inculcato sin da piccola:

- Nessuno è tuo amico quando si tratta di gestire i tuoi soldi
- Non si punta mai su un solo cavallo quando si investe
- Se sembra troppo bello per essere vero, è veramente troppo bello per essere vero

Io vengo da un paesone: né città, ne villaggio, un paio di decine di migliaia di abitanti, vicino ad una grande città, terra di pendolari del terziario avanzato e di agricoltura. Vengo da un paesone che ad un certo punto della sua trimillenaria esistenza non c'era più. Sparito in mezz'ora, assieme a troppi abitanti, in uno di quei momenti in cui ci si trova storicamente nel posto sbagliato al momento sbagliato.  

Quel paesone lo hanno ricostruito, in quel periodo che ci si ostina ad osannare come quello del boom economico, e va anche detto che tutto sommato è ritornato alla luce in maniera abbastanza sensata, a differenza di tanti altri. Chi lo ha ricostruito? Gente del posto, di solito costituita in un terzetto: l'ingegnere, il capomastro e lui, il mitologico direttore di banca. Quello che aveva autonomia assoluta su quanto, a chi e come prestare il denaro. Il direttore della banca locale, quella "del territorio", con cui magari si è andati alle elementari assieme. 

Gli anni sono però passati e dai rampanti anni ottanta le banche del territorio si sono o trasferite o sono state inglobate in grossi gruppi, e il direttore tanto carino si è trovato con molta meno autonomia già alla fine degli anni novanta (la vicinanza con la grande città ci ha messo del suo...). In alcuni paesi vicini no, bastava allontanarsi da grandecittà e le banche rimanevano piccole e del territorio, col direttore e i funzionari del posto, tanto amici, tanto gentili, che aiutavano gli ingegneri, i capomastri e gli artigiani locali con il vezzo dell'industriale in erba.

Ed in tanti paesi è stato così fino a ieri, nord, centro e sud, nei piccoli distretti industriali del tessile, del jeans, delle scarpe e degli occhiali, delle case da tirar su per i figli e per sé stessi e se i soldi non bastavano per il capannone o per il patio nessun problema, c'erano il direttore tanto amico e il funzionario tanto gentile. Che poi qualche direttore ti ricevesse la sera, in orario di chiusura, per presentarti ad un suo amico che poteva darti il credito che cercavi e per cui non avevi nessuna garanzia, bhé, poteva capitare, e se il tasso d'interesse non era proprio vantaggiosissimo bisognava pur accettarlo. Oppure ancora meglio, perché non comperare un pezzetto della banca? Piccolo o grande, non contava, tanto i soldi te li prestavano anche per quello, un doppio affare: mutuo agevolato per quello che serviva, prestito agevolatissimo per comperare il pezzetto di banca ed affermare che la banca del territorio, quella che dava prestigio al paese, era anche un po'tua. E l'economia andava, andava, cresceva, cresceva, e se agli inizi degli anni duemila frenava un po' per la concorrenza, c'era sempre l'Euro a cui dare colpa, e ben presto tanto tutto si sarebbe aggiustato. In America c'era la crisi dei mutui subprime? Cosa importava? La banca grande aveva iniziato a rafforzare il suo patrimonio chiedendo i rientri ai debitori più in bilico? Nessun problema, la banca locale aveva le braccia ben aperte ad accoglierli, a vendere loro un pezzetto e a prestare altro denaro. L'azienda non va più? Servono liquidi? Non c'è problema, hai tanti pezzetti di banca, sei uno di quelli che siede al tavolo dei grandi e che decide a chi dare e a chi non dare linee di credito, vuoi che non te ne accordiamo una favorevolissima, anche se la tua ditta fallirà di lì ad una settimana? E se la banca del territorio del paese vicino si sta comportando come una banca grande ed ha ripulito il portafoglio cosa importa? Lo sappiamo che quelli lì hanno la puzza sotto il naso e si credono importanti. Venite qui, vi daremo una mano, vi chiamiamo a casa, cosa ci fate con quel conto corrente che non rende nulla? Abbiamo un prodotto nuovo, un pezzetto di banca, avete visto come diventerete importanti? Tutti i fogli da visionare? Non ti preoccupare, roba burocratica, vedi le crocette, basta una firmetta, non ti preoccupare, andavamo alle elementari assieme, ti ricordi? E'bello il tuo capannone, quanti operai?


Nord, centro e sud. 

Fin quando ci si è resi conto che i pezzetti di banca, quelli che rendevano il 5% quando gli investimenti davano sì e no il 2% e che aumentavano il valore di anno in anno, in realtà erano basati su crediti oramai inesigibili e che il direttore tanto amico e il funzionario tanto gentile erano stati spinti a vendere carta straccia basata su aziende in fallimento o immobili invendibili.

Nord, centro e sud. Siamo solo all'inizio. 

- Nessuno è tuo amico quando si tratta di gestire i tuoi soldi
- Non si punta mai su un solo cavallo quando si investe
- Se sembra troppo bello per essere vero, è veramente troppo bello per essere vero

Siamo solo all'inizio

mercoledì 11 novembre 2015

...oppure no. Dipende dal Funzionario RAI

Come non potevo non raccogliere un input del genere? IoMe che inizia a parlare di pattume televisivo è per me l'equivalente della possibilità di scofanarmi chili e chili di gelato artigianale di quello buono: un'occasione imperdibile.

L'Economa ha passato la sua intera infanzia davanti alla TV vedendo una buona dose di feccia e Quark. Tanto Quark. Però oggi non parleremo di Quark.

Parleremo di un fatto televisivo avvenuto in un periodo buio, tremendo, della storia d'Italia: rapimento Moro, 16 marzo/9 maggio 1978 (a proposito, qualcuno ricorda il fantastico Blob che seguì gli avvenimenti giorno per giorno partendo da una settimana prima? Mi sembra che fosse stato programmato per il ventennale ed era eccezionale, dividendo la TV in un "prima" e un "dopo").

Gli italiani in quei giorni avevano una bella serie di cavolacci amari a cui pensare, anche alle 18,45 del 4 aprile 1978, anche quelli che si erano sintonizzati sulla nata da poco Rete 2, anche quelli che guardavano Buonasera con..., un contenitore, come si definiva allora, di telefilm e cartoni animati. Quella sera Maria Giovanna Elmi, la Fatina, si vide costretta ad affermare che avrebbero trasmesso "Particolari cartoni animati". Usi all'animazione statunitense ed italiana gli ignari, giovani spettatori che alle 18,45 del 4 aprile 1978 si erano sintonizzati su Rete 2 stavano per vivere la nascita di una nuova era: la trasmissione di Atlas Ufo Robot Goldrake. 


Taaa Daaan! Vi aspettavate Candy Candy, vero?


Partiamo dal nome. Goldrake in realtà non si chiamerebbe Goldrake, ma una roba come UFO Robo Gurendaizā, da cui l'inglese Grendizer. Goldorak era il nome francese, perché dalla Francia importammo il cartone, i nomi dei personaggi ispirati all'astronomia (ed il casino fotonico sul personaggio di Alcor/Koji Kabuto che approfondiremo a breve), ed anche la cantonata sul titolo. Agli acquirenti italiani fu presentato un riassunto dell'opera (in francese atlas) dell'UFO Robot; i Funzionari RAI credettero che fosse quello il nome del cartone animato, Atlas UFO Robot (l'UFO è la navicella del Robot, il disco volante). Goldrake era un sovrappiù.

Comprato il prodotto, bisognava occuparsi delle sigle: fu scelto uno che passava musicalmente di lì per caso (ovviamente sono ironica), Vince Tempera. Assieme ad altri due burloni come Luigi Albertelli (vincitore di Sanremo 1969 con Zingara ed autore in seguito anche della sigla di Dallas) e un altro "musico" di Guccini, Ares Tavolazzi (e si capisce ora perché i giri di basso di tutto il concept album di Goldrake siano ancora oggi fonte di stupore), il povero Tempera dovette improvvisare testi su "Razzi missili" e "Flotta di Vega", perché, come quasi tutti quelli coinvolti nel piano Goldrake, non ci stava capendo un piripicchio data la fretta impostagli e l'originalità del cartone. Dirà poi in un'intervista televisiva di aver fatto più soldi con Goldrake in un anno che in tutto il resto della sua carriera. 

Ma chi c'era in Giappone dietro Goldrake? Un autore trentenne all'epoca della realizzazione del nostro: Go Nagai. Nagai nel 1972 con Mazinga Z introduce il genere Mecha, in cui un robottone viene comandato da un umano. Il risultato in patria è epico (termine non casuale, nei mecha di Nagai troviamo un incrocio di miti che va dai micenei allo scintoismo), un successone che convince la Toei a dare un seguito al cartone: Mazinga, del 1974, evolve i temi mantenendoli nello stesso universo creativo. Quindi il nipote del professor Juzo Kabuto creatore di Mazinga Z, passerà dalla prima alla seconda serie, per arrivare nel 1975 alla terza: Goldrake, appunto. Mentre però in Giappone il povero ragazzo mantiene il suo nome in santa pace, in Italia inizia ad avere delle crisi esistenziali non da poco, dato che in Mazinga Z è Ryo, in Goldrake è Alcor e solamente in Mazinga può usare la sua carta di identità senza essere tacciato di sostituzione di persona. 

Il successo di Goldrake in Italia è comunque a livello di mania assoluta, tanto che in un breve lasso di tempo fummo invasi non solo dalle flotte di Vega,con tanto di interrogazioni parlamentari e richieste di interruzione del pericoloso programma, ma anche da Jeeg Robot d'acciaio, dai due Mazinga e da tutto il resto dell'animazione giapponese. Dati i danni intellettivi permanenti dovuti alla visione di Goldrake riportati dall'Economa e dall'Economafratello, forse non avevano tutti i torti a ritenerli pericolosi.

Note di costume
  • Una delle maggiori accuse mosse ai Mecha fu quella di un massiccio utilizzo dei computer per la loro realizzazione. La Toei fece notare che nel 1975, anno di realizzazione di Goldrake, erano tecnologie troppo costose e sofisticate per loro, non avendo nemmeno un word processor (o un aspirapolvere) a disposizione.

  • Goldrake in Giappone fu un mezzo fiasco, a differenza dei due predecessori; unico successo, il merchandising, anche grazie all'astuto trucco di creare il robot in base ai giocattoli da vendere, con una figura meno slanciata, ma più stabile (le gambe "a colonna dorica", per intenderci). 

  • Per la serie miti televisivi trasmessi per la prima volta in un periodo drammatico: il primo episodio di Doctor Who fu trasmesso dalla BBC sabato 23 novembre 1963. Pochi se ne accorsero. 


 

domenica 25 ottobre 2015

La morte della finanza personale? Sì e no

Cosa sta facendo il duo Economa&Radioamatore in questi giorni? L'impianto elettrico, sostanzialmente, ma anche scoperte fantasmagoriche tipo che il pavimento di casa non era in piastrelle, ma in cotto fiorentino. 

Il duo visiona, compara, studia, compra su internet con risparmi del 40%, compra in negozio quello che è meglio toccare con mano, e non vede l'ora che i lavori siano finiti per traslocare. Il fatto che siano in possesso virtuale della sola cucina potrebbe terrorizzare i più, ma non noi.


L'Economa inoltre non riesce a togliersi dal cervello il ritornello di Pressure off, e non è bello, perché non le succedeva dai tempi di White Lines (che ha anche il video stilisticamente simile), poi si è resa conto che sono passati venti anni ed ha avuto una crisi esistenziale. 

A parte questo, entriamo in argomento prima che il titolo rientri nella categoria "Picture is unrelated": qualche giorno fa, prima di crollare alle nove di sera, l'Economa ha letto un articolo, ripreso da Dagospia, ma originariamente su "Il venerdì di Repubblica". Il pezzo riguardava i guru della finanza personale statunitensi (di cui ho letto soprattutto i blog, in passato), spuntati come funghi durante i primi anni della crisi (triennio 2007/2010, in sostanza) e le cui tecniche pare che alla lunga distanza si siano rivelate fallimentari (poco scientifiche e troppo faticose, in sostanza).

Allora ho deciso che è giunto il tempo di ritornare sull'argomento finanza personale in maniera più frequente. Perché da quando ho iniziato il blog sono cambiate, economicamente e socialmente parlando, tante, troppe cose e quello che poteva sembrare un problema lontano si è avvicinato prepotentemente aggredendo un sistema, quello italico, ancorato ad un modello che si sta disgregando.

Avevo accennato a qualcosa qui, ma mi sono resa conto che dobbiamo ancora parlare.

E ora scusate, vado a contare i buoni Amazon presi con i sondaggi perché voglio fare qualche acquisto on line. Mica crederete che abbia rinunciato a concorsi e campagne varie, vero?

domenica 27 settembre 2015

Lista delle cose da fare

... a parte progettare un viaggio su Marte, praticamente di tutto. Help.

mercoledì 12 agosto 2015

Sono cose della vita

"Parva, sed apta mihi, sed nulli obnoxia, sed non sordida: parta meo sed tamen aere domus"

domenica 9 agosto 2015

Frances Oldham Kelsey

Il 7 agosto è morta, a 101 anni, una grande donna. Di poche persone si può dire che abbiano cambiato il mondo. Lei lo fece. 

Frances Oldham Kelsey nacque in Canada nel 1914, si diplomò a 15 anni e nel 1936 aveva già ottenuto la laurea in farmacologia; il suo nome ingannò un professore (che la prese per maschio) e divenne ricercatrice nella stessa materia. Nel 1937 fu invitata dalla FDA (la Food and Drugs Administration) ad occuparsi delle morti probabilmente legate ad un elisir allora molto popolare; contribuì a dimostrare che almeno 107 persone erano morte poiché nell'Elisir Sulfanilamide era contenuto il glicole dietilenico in funzione di solvente. Inizia a studiare le sostanze teratogene, cioè capaci di alterare lo sviluppo dei feti. Nel 1942 la seconda guerra mondiale veniva spesso combattuta in località in cui impazzava la malaria; Oldham Kelsey viene coinvolta negli studi sugli antimalarici, scoprendo che possono superare la placenta. Nel 1960 arriva alla FDA ed ha il primo incarico: studiare l'eventuale tossicità di un blando tranquillante, la talidomide, già in commercio in Europa e in Canada. La causa farmaceutica preme molto per un'approvazione rapida, in fondo il medicinale è stato rilasciato a fine 1956 in Germania, ma Oldham Kelsey frena. Qualcosa non le torna. La casa farmaceutica per ben sei volte fa orecchie da mercante alla richiesta di studi sulla non tossicità della talidomide, e Oldham Kelsey, i suoi assistenti part time e la stessa FDA decidono di intensificare le ricerche. Fino a quel momento non si pensava che un farmaco assunto in gravidanza potesse raggiungere il feto, ma nel 1957 era uscito uno studio sulla sindrome pre natale da alcool; Oldham Kelsey, grazie alla sua esperienza sugli antimalarici, che avevano un meccanismo d'azione simile al tranquillante, collega l'inspiegabile numero di bambini focomelici nati dal 1957 al 1960 in alcuni paesi al fatto che lì la talidomide fosse già commercializzata e consigliata alle donne in stato di gravidanza per prevenire la nausea mattutina.

Frances Oldham Kelsey ci aveva visto giusto.

La FDA non diede mai il nulla osta alla commercializzazione della talidomide che fu ritirata dal mercato tra il 1961 e il 1962 dopo la pubblicazione di studi che ne confermarono la teratogenità. Purtroppo nel giro di cinque anni circa 10.000 bambini avevano subito gli effetti del farmaco. Il 50% non era sopravvissuto al parto o era morto nella primissima infanzia. Per gli altri, i danni andavano dalla focomelia alla malformazione di occhi, apparato uditivo, apparato cardiaco e apparato urinario. 

Frances Oldham Kelsey ha lavorato alla FDA fino al 2005; rimane celebre la foto della sua premiazione del 1962, in cui il presidente Kennedy sorride alla signora che stringe il manico della sua borsetta. La signora che ha salvato migliaia di vite e ha cambiato il mondo.

domenica 26 luglio 2015

Delle cose che succedono in montagna

Vi ricordate la storia della medusa? Oggi ho fatto il bis. Con una vespa.

sabato 25 luglio 2015

Economics for dummies: corollario

La mia amichetta di blog Iome, che sull'argomento è molto più ferrata della sottoscritta, ha pubblicato qualche giorno fa un bellissimo (come al solito) post sulla bozza di accordo greca.

L'ultima, magistrale, parte parla dei problemi del sistema pensionistico greco, e su come politiche scellerate in tal senso portino a gravissimi problemi di squilibrio nei conti pubblici. Volevo aggiungere qualche postilla, perché l'argomento, anche in Italia, dovrebbe essere seguito dalla maggioranza della popolazione (la 'ggente) con più consapevolezza.

Qualche mese fa l'Inps ha annunciato un nuovo applicativo, molto interessante: La mia pensione. E'un simulatore che permette ai cittadini di misurare, spannometricamente e con parametri fin troppo favorevoli, quale sarà il proprio trattamento al momento di ritirarsi dal lavoro.

Per avere i risultati di questa operazione, per il momento dedicata solamente agli iscritti alla gestione privata, bisognerà aspettare qualche mese, ma l'intento è interessante e lodevole. Far capire alle persone che andranno in pensione con il sistema contributivo, o il misto, come funzionerà il calcolo andrebbe tatuato in cinque lingue compreso l'etrusco nei cervelli dei lavoratori.

IoMe ha ben descritto le pensioni greche e come, a differenza delle italiane, siano state riformate in maniera blanda o nulla; quello che voglio aggiungere io è come l'abitudine a pensioni concesse grazie a norme sin troppo favorevoli abbia creato una mentalità, ancora ben radicata, diffusissima anche da noi. Una mentalità dannosissima, soprattutto per i giovani.

IoMe lo ha ben detto: tantissimi italiani prendono circa 500 euro al mese, la cosiddetta minima, ma quali sono i fenomeni che hanno portato a questo? 

Chi è il pensionato con la "minima"?

Ci sono varie tipologie: che ne dite dell'artigiano che prima dell'obbligo del minimale contributivo ha versato cifre irrisorie per pochissimi anni? Dei dipendenti statali che allo scattare dei 19 anni, 6 mesi e 1 giorno (o 14 anni, 6 mesi e 1 giorno se donne con prole) hanno fatto un bel "CIAONE" e se ne sono andati a casetta? Delle donne che grazie al supporto dei Consorsi Agrari e al possesso di un fazzoletto di terra o bosco sono andate in pensione dopo aver versato DUE anni di contributi? Persone che hanno ottenuto un'invalidità civile o pensionistica grazie ad una legislazione e a dei parametri molto, molto, molto all'acqua di rose? Volete che continui? Posso farlo, uh se posso.

Grazie a questi fenomeni, nell'opinione comune si è creato un mito: tutti hanno diritto ad una pensione, anche la sociale, di almeno 500 euro al raggiungimento dell'età prevista dalle leggi. Col piffero. La pensione te la danno se ne hai i requisiti, previdenziali (contributi versati) o assistenziali (situazione socio economica).

Partiamo dalla pensione sociale, o assegno sociale per essere corretti: i requisiti reddituali (e, da qualche tempo, patrimoniali), sono molto stretti e per ottenere questa prestazione assistenziale (cioè slegata da qualsiasi tipo di versamento contributivo) bisogna di mostrare di essere praticamente alla canna del gas. Se parlate con un vostro parente over sessanta, affermerà con letizia che Tizio, Caio e Sempronio hanno "la sociale". Bhé, nove su dieci hanno un'integrata al minimo ottenuta con le leggi di cui sopra e oggi non avrebbero i requisiti né per l'una né per l'altra. 

Ah, l'integrata al minimo. Scordavo. L'integrazione al minimo non esiste nel sistema contributivo puro. Usando lo spannometro, un artigiano che versa il minimale contributivo per i canonici quaranta e rotti anni potrebbe andare in pensione con una cifra dai 400 ai 600 euro. Se la coniuge non lavora e l'artigiano pensionato viene a mancare, la reversibilità va calcolata, secca, su quella cifra. 

Oggi mi fermo qui, in attesa di vostri eventuali commenti. La prossima volta parleremo di un altro vizio italico (ma anche greco e spagnolo) che ha già oggi grosse conseguenze e ne avrà in futuro.


venerdì 10 luglio 2015

Delle cose che succedono al mare

Mi sono seduta su una medusa.

sabato 20 giugno 2015

Quella storia del curriculum sempre pronto....

L'ego dell'Economa è alquanto voluminoso (tale da occupare interi magazzini e capannoni), soprattutto per la sua convinizione di essere la persona più organizzata del mondo. 

Le sue doti di casalinga lasciano molto, molto, molto a desiderare (anche se nel piano di miglioramento che mi sono posta e di cui vi parlerò a breve la faccenda è stata minuziosamente analizzata e ricalibrata), ma quando si parla di burocrazia, di solito si erge, vestita da come Julianne Moore nella scena onirica del "Grande Lebowski" (vi ricorda niente? Aiutino, una pubblicità in giro attualmente) e afferma sicura "Già l'ho fatto".

Documenti della dichiarazione dei redditi? Pronti a gennaio.
Bollette? Archiviate certosinamente con allegate ricevute di pagamento.
Scadenze, F24, pastoie? Roba da dilettanti.
Il curriculum? Sempre aggiornat..... Ooooops.

Qualche giorno fa l'Economa doveva presentare in tempi stretti un curriculum (di cui già prevedeva un utilizzo del modello "10 piani di morbidezza", ma presentarlo sciatto pareva brutto) e lallera lalera pensava che fosse pronto, bello, con la sua bibiliografia tutta a posto e scintillante nella sua completezza. 

Col fischio. 

Tre giorni a ritrovare il bandolo della matassa tra mezzi curricula sparsi tra chiavette e PC, posta elettronica, fogli excel di pubblicazioni e convegni e siti internet irraggiungibili. Nervosismo alle stelle e Radioamatore con l'occhio del Gatto con gli Stivali.

Ora il curriculum è veramente aggiornato (quindi sicuramente manca qualcosa)  e sono ferramente decisa a mantenerlo tale, anche se rimarrà inutilizzato.


E il piano di miglioramento? Il seguito alla prossima puntata!

domenica 17 maggio 2015

Detersivi con guadagno? Cerrrrrrto!

Buona domenica ragazze e ragazzi, il puzzle si va ricomponendo e finalmente posso scrivere qualcosa di sensato.

Il periodo per i concorsi è nero, ma vanno meglio gli spendi e riprendi, quindi vi posso girare una dritta. Se abitate in zone in cui c'è un negozio del gruppo Gottardo (Acqua&Sapone o Tigotà), date un'occhiata al volantino perché potreste trovare questa offerta valida fino al 31 maggio: 


Qual è il bello? Che comperando due confezioni di Dixan duo caps, di cui almeno una di Dixan Power Mix si può partecipare a questa inziativa Henkel: registrando lo scontrino entro quattro giorni dall'acquisto e spedendolo sempre entro quattro giorni si ottiene un buono da 10 euro. Quindi con una spesa totale (busta esclusa) di 8,76 euro ne otteniamo 10 (con cui l'anno scorso grazie ad un'iniziativa simile ho iniziato cominciato un terrificante giro di acquisto di detersivi gratis....). Un buon inizio per riprendere un ritmo adeguato nell'esistenza.

domenica 10 maggio 2015

E'primavera...

Ci sono, ci sono. Molto, molto, molto incasinata, ma ci sono. 

domenica 29 marzo 2015

Cita-un-libro, #ioleggoperché7

Una dama dell'epoca hejan, Murasaki, è il direttore d'orchestra dell'odierno round di #ioleggoperché.

Essendo il tema odierno "La Morte", mi affido al caro, buon vecchio Luigi:


venerdì 20 marzo 2015

La settimana etica: Col ghigno e l'ignoranza

A volte le cose più belle emergono da uno spunto. La Settimana dell'Etica e della Morale, da un'idea di IoMe, sta creando in tanti piccoli blogger un percorso di riflessione.

Un'Economa ogni tanto se lo chiede: "Perché lo fai, disperata ragazza mia?". 

Perché non te ne freghi, e lasci che la vita scorra senza troppi pensieri?

Perché in un contesto in cui lo Stato è visto come un nemico astioso che pretende il rispetto delle regole o come una vacca da mungere in maniera indefinita tu quelle regole ti impegni per rispettarle (in primis) e farle rispettare (con una certa energia, oserei dire).

Perché il lavoro lo vuoi fatto bene, pulito, tracciabile, insindacabile, quando tanti lo eseguono alla "Va' là Peppone" e la notte dormono bene lo stesso?

Perché invece di stravaccare il regal deretanone sul divano ed affondarsi, a seconda della giornata, in libro a scelta o loop di programmi di cucina (o documentari) stai lì a studiare, limare, perfezionare, aggiornarti? 

Molto semplice. Perché così io sto bene. 

Sto bene perché ho fatto il mio dovere e grazie al mio dovere ho reso la vita più facile a qualcuno. O, molto spesso, più difficile (e vi posso garantire che di questa mia attività sareste anche voi molto soddisfatte/i).

Sto bene perché io sto facendo in modo che tante, troppe persone possano beneficiare di un diritto nella maniera più equa ed insindacabile possibile: in base alle norme. Non in base alle conoscenze, non in base ad una fila saltata, non in base ad un piacere fatto o ricevuto. 

Sto bene perché la sera vado a dormire nella piena consapevolezza di aver fatto del mio meglio, con tanti errori, tante omissioni, ma sicuramente con dignità e serietà.

Sto bene perché non ho curato il mio giardinetto, non ho curato nemmeno quello di amici, parenti e affini, ho curato quello di una collettività. Un giardinetto che fino a qualche tempo fa era secco e incolto, e su cui ora spunta qualche aiuola fiorita ed armonica. Un giardinetto dove possono giocare i bambini e riposare gli anziani, passeggiare gli adulti e riposare i ragazzi. 

Un giardinetto che non sarà mai perfetto, lo so, ma che ogni tanto qualcuno guarda dicendomi: "Però, non me lo sarei aspettato così migliorato". 

Un giarinetto che vorrei nessuno frequentasse, ma purtroppo è sempre pieno di gente. Ed è il mio dovere farlo trovare fiorito.

lunedì 9 marzo 2015

Lunedì Film: Carlo Vanzina, Vacanze di Natale

Natale 1983: la piccola Economa passeggia dalle parti del Brancaccio assieme ad una ciurma di altrettanto piccoli parenti. Tornato nel luogo della riunione familiare, il gruppuscolo ha qualcosa da raccontare: nel cinema teatro c'era "uno famoso". Il capello cotonatissimo anni ottanta intravisto dalla strada era quello di un giovane Christian De Sica; l'attore racconterà spesso che in quei giorni stava facendo con ansia il tour dei botteghini di Roma per verificare gli incassi del suo film appena uscito.


Vacanze di Natale



Lo so, è uno sporco lavoro, ma qualcuno doveva farlo. Oggi recensiremo il padre di tutti i cinepanettoni, verrò espulsa dal Lunedì film di IoMe e forse anche dalla blogosfera, ma è un fardello che portavo da troppo tempo ed ho deciso che il momento è giunto.

Partiamo dall'anno: nel 1983 in Italia gli anni Ottanta non erano propriamente iniziati, almeno non come ce li ricordiano oggi. Il 1980 era stato l'anno del riflusso, nel 1982 avevamo vinto i mondiali ed avevamo liberato Dozier, ma ancora il decennio di piombo aleggiava tra noi, tanto che mentre in Gran Bretagna i ragazzi del Blitz avevano cancellato il punk con l'ondata New Wave e New Romantic, qui nel 1982 c'era stato un forte revival degli anni sessanta, visti come un periodo di dorata innocenza, ed un successo inaspettato per il film Sapore di Mare di Carlo Vanzina. Figlio del grandissimo Steno, in coppia con il fratello Enrico Carlo Vanzina aveva girato una manciata di film, soprattutto con comici televisivi (torneremo sull'argomento) lanciando tra gli altri Abatantuono nella sua prima fase. Il produttore De Laurentiis, stupito dal successo del film balneare, affida ai Vanzina l'incarico di girare una nuova pellicola dall'impianto simile, ma ambientata sulle piste da sci; i due, che come molti della buona borghesia romana frequentavano Cortina d'Ampezzo, non se lo fanno ripetere due volte avendo già pronta la location (curiosità: Carlo Vanzina tra il 1982 e il 1983 girò sei dicasi sei film). 

La location quindi c'era: Cortina agli inizi degli anni ottanta era ancora ben frequentata, gli impianti sciistici del 1956 ritenuti ancora accettabili, con un'aura di esclusivo. Due anni prima ci era passato persino James Bond (For your eyes only)! Anche il canovaccio di storia già c'era, basato sul mix di incontri-scontri di caratteri, strati sociali e provenienze geografiche utilizzato in Sapore di Mare.

E gli attori?

Avevamo accennato ai comici televisivi: alla fine degli anni settanta la Rai produsse una serie di spettacoli innovativi, a cui parteciparono anche giovani provenienti dai teatrini di tutta Italia. Uno fu Non Stop, con regia di Enzo Trapani e casting di Giancarlo Magalli, da cui emersero tra gli altri tali Carlo Verdone, Zuzzurro e Gaspare,  La Smorfia (Arena-De Caro-Troisi in rigoroso ordine alfabetico, scelta che porterò avanti anche per gli altri ensemble), I Giancattivi (Benvenuti-Cenci- Nuti) ed un gruppo veronese proveniente dal Derby di Milano: I Gatti di Vicolo Miracoli. I Gatti avevano passato varie formazioni e varie traversie televisive (erano attivi da quasi dieci anni) quando, finalmente, fanno il salto. Dal 1978 al 1981 ottengono numerose scritture televisive e girano due film (Arrivano i Gatti e Una vacanza bestiale) diretti indovinate da chi? Bravi, da Carlo Vanzina. Purtroppo le due pellicole non ebbero molto seguito e i Gatti stavano passando un periodo di stasi quando Vanzina decise di scritturare solamente uno dei membri per il successivo "I fichissimi": Jerry Calà, qui assieme ad Abatantuono, riscuote un successo assolutamente imprevedibile e i produttori iniziano a puntare su di lui come promessa comica degli anni ottanta. Calà lascia i Gatti (che continueranno per qualche anno in formazione a tre Oppini-Salerno-Smaila) e Vanzina lo scrittura anche per Sapore di Mare. E Vacanze di Natale. 

Abbiamo sfiorato l'argomento Non Stop e Carlo Verdone: Verdone prenderà il volo ben presto con "Un sacco bello" e nei suoi film successivi scritturerà in piccole parti suo cognato, Christian De Sica, fino a quel momento in balìa di ruoli televisivi di attor giovine (Bambole, non c'è una lira per la regia di Antonello Falqui) e cinematografici di non grande peso. De Sica si scopre comico, e Vanzina lo testa in Sapore di Mare come rampollo di buona famiglia svampito ed elegante. Giusto giusto quello che serviva per il giovane Roberto Covelli di Vacanze di Natale.

Una scommessa fu invece Claudio Amendola: l'unica sua parte di rilievo era stata in uno sceneggiato drammatico del 1982 (Storie d'amore e d'amicizia), ma quella faccia da giovane simpatico (e molto romanista, perché non dimentichiamo che nel 1983 la Roma aveva vinto lo scudetto) era adatta a Mario, il figlio del "Macellaro di Viale Marconi" (Mario Brega, sempre immenso). 

Una piccola disgressione: nel periodo della Riforma Rai furono lanciati anche Roberto Benigni (L'Altra Domenica di Renzo Arbore) e Beppe Grillo (Luna park, grazie allo scouting di Pippo Baudo). 

Giusto per.

Vi ho detto che gli anni ottanta in Italia non erano ancora propriamente incominciati: lo stereotipo del milanese è infatti quello dell'industrialotto arricchito di mezza età (Milan l'è un gran Milan), e non del giovane rampante operatore di borsa accompagnato dalla modella (Milano da bere). Guido Nicheli che ti entra in pelliccia al Cristallo di Cortina ("Ah ah... Ivana, fai ballare l'occhio sul tick! Via della Spiga, Hotel Cristallo di Cortina: 2 ore, 54 minuti e 27 secondi... Alboreto is nothing!!") accompagnato da Stefania Sandrelli (sempre bellissima e che nello stesso anno avrà un incredibile rilancio con "La Chiave" di Tinto Brass) è in fondo lo specchio di un tempo che va svanendo.

Sarà Yuppies del 1986 a celebrare il fenomeno del rampantismo, con un cast arricchitosi di due comici. Ezio Greggio è nel pieno boom del Drive In in cui erano confluiti i comici di "La Sberla", programma Rai del 1978 per la regia di Giancarlo Nicotra. Massimo Boldi dopo la gavetta del Derby e di Antenna3 (come spalla di Teocoli) era approdato in RAI con "A tutto gag" di Romolo Siena e stava, a quaranta anni, assaporando il sucesso. 


Torniamo a Bomba, il film praticamente è fatto: la trama è esile (corna e bicorna, per farla breve), le situazioni prevedibili (a parte il colpo di scena sulla sessualità di Roberto Covelli), ma la pellicola funziona.

De Sica racconterà in seguito che su quel film si è giocato la carriera (accennando anche a problemi economici dovuti alla disastrata situazione lasciata dalla morte del padre) e che la scommessa aveva funzionato: era nato il cinepanettone, che ci portiamo ancora avanti oggi dopo trentadue anni. 

Enrico Vanzina in una splendida intervista racconterà cosa è cambiato dopo tre decenni per i romani che frequentavano Cortina.

Jerry Calà uscirà alla fine degli anni ottanta dal "giro" delle commedie, sostituito dai Vanzina e poi da Neri Parenti con Massimo Boldi.

E'iniziato un piccolo mito.

Per l'attimo del chissenefrega due note linguistiche: per essere un capomastro di Frascati, l'avvocato Covelli parla un dialetto romanesco fantastico. Sul serio. Più o meno come il dialetto trentino che parlano i cortinesi.


buzzoole code

lunedì 23 febbraio 2015

Lunedì film: Luigi Filippo D'Amico "Guglielmo il dentone"

Negli anni sessanta e settanta i cinema italiani ospitarono spesso i cosiddetti "Film a episodi", in cui tre o più micro film venivano collegati da un filo conduttore, a volte assai flebile. 

Alcuni di questi episodi ebbero uno strano destino, cioè quello di risplendere di luce propria. Accadde così per il terzo ed ultimo episodio di un film del 1965 "I complessi", in cui il primo e secondo ("Una giornata decisiva" di Dino Risi con Nino Manfredi e "Il complesso della schiava nubiana" di Franco Rossi con Ugo Tognazzi) seppur godibili non vengono quasi mai ricordati. 

Il terzo invece è entrato, da subito, prepotentemente, tra le pietre miliari della Commedia all'Italiana, con un personaggio che è diventato un idolo per parecchi "secchioni": Guglielmo Bertoni o, per tutti "Guglielmo il dentone". 


Un ruolo strano per Alberto Sordi (che con Luigi Filippo D'Amico aveva lavorato in "Bravissimo"): non è il solito Sordi piccino, meschino e crudele di tante commedie. Qui Sordi è un aspirante al ruolo di annunciatore del telegiornale che sarebbe addirittura odioso per la sua competenza, se non confessasse di aver accudito la madre malata e di aver dovuto quindi rinunciare a molte ambizioni. Ha anche un difetto che lo rende umano (la sua guida è a dir poco sportiva) e un'incredibile ed evidentissima dentatura che dovrebbe stroncarne qualsiasi velleità televisiva. 

Il concorso a cui Guglielmo partecipa ha già un vincitore annunciato: Francesco Martello, bello e fidanzato di Gaia Germani, allora popolare attrice (e co protagonista del film, come altri famosi volti televisivi dell'epoca), un Franco Fabrizi in uno dei suo tanti, troppi ruoli da sbruffone. La commissione ovviamente fa di tutto per favorire Martello e fermare la corsa di Bertoni. Quando iniziano le prove viene sottovalutato, passando incredibilmente il test video (con un'incredibile serie di scioglilingua), stupendo tutti con lo scritto (con citazioni anche in fiammingo) e scansando un'immotivata esclusione per motivi burocratici (ritardo nella consegna della raccomandata). Qui la commissione inizia ad essere influenzata dai complessi del titolo del film: nessuno vuole chiaramente dire a Guglielmo che non è telegenico, ma tutti vogliono escluderlo, sperando nell'ultima prova.

Ma è l'orale che crea il mito: riesce a dimostrare che il testo su cui sono state scelte le domande non è aggiornato e che quindi i suoi predecessori hanno fornito per gioco forza una risposta sbagliata.  Quando nei televisori di tutta Italia appare l'inconfondibile fisionomia del Dentone, gli spettatori sono prima perplessi, poi affascinati ed attratti dalla competenza, dal garbo e dalla bravura dell'outsider. 

Perché sono così affascinata da Guglielmo il Dentone? Perché, in fondo, siamo in tante/i ad essere come lui e vorremmo un mondo in cui il candidato più bravo vince. Con questo episodio partecipo ai Lunedì film di Iome


 

domenica 22 febbraio 2015

lunedì 16 febbraio 2015

Lunedì film: "Il Marchese del Grillo", Mario Monicelli

  C’era una vorta un Re cche ddar palazzo
mannò ffora a li popoli st’editto:
«Io sò io, e vvoi nun zete un cazzo,
sori vassalli bbuggiaroni, e zzitto.
             
     Io fo ddritto lo storto e storto er dritto:
pòzzo vénneve a ttutti a un tant’er mazzo:
Io, si vve fo impiccà nun ve strapazzo,
ché la vita e la robba Io ve l’affitto.
            
     Chi abbita a sto monno senza er titolo
o dde Papa, o dde Re, o dd’Imperatore,
quello nun pò avé mmai vosce in capitolo».
            
     Co st’editto annò er Boja pe ccuriero,
interroganno tutti in zur tenore;
e arisposeno tutti: «È vvero, è vvero».

Giuseppe Gioacchino Belli, il 996, scrive questo sonetto (Li soprani der Monno vecchio) nel 1832. Partiamo, per il nostro Lunedì film grazie a IoMe, dal terzo verso, che è la battuta più celebre della nostra pellicola odierna. A Roma la citano continuamente, a volte con intento bonario, altre con crudeltà lucida. La crudeltà lucida con cui Onofrio del Grillo, marchese, evita un arresto irrimediabile per gli altri coinvolti ner fattaccio. 

Perché riesce nell'intento? Facile, perché nell'anno di grazia 1808, nella Roma papalina sconvolta da Napoleone, essere il Marchese del Grillo permette qualsiasi trasgressione, anche il vestirsi da popolano e girare per osterie assieme al fido Ricciotto. 

Agli occhi contemporanei, invece, l'arresto è evitato dal fatto che il Marchese del Grillo è Alberto Sordi. 

"Ah... me dispiace. Ma io so' io... e voi non siete un cazzo!" Lievemente modificata rispetto all'originale.

E'il 1981, e Monicelli e Sordi, due grandi cinici, due amanti di Roma, fanno coppia in una commedia amarissima sul ruolo del potere e dei privilegi acquisiti. Monicelli dirigerà l'anno successivo quella che è considerata l'ultima "Commedia all'italiana", il secondo atto di Amici Miei, e Sordi viene dalle esperienze degli anni settanta, in cui è stato protagonista di film molto più impegnati e impegnativi di quelli degli esordi. I due avevano già affrontato la prova impegnativa de "Un borghese piccolo piccolo" cinque anni prima e sconvolgono le carte in tavola. Va detto subito: il film funziona a tratti, ma in quei tratti ha fantastici lampi di genio. 

Del primo vi ho già parlato, ma non posso non citare il processo ad Aronne Piperno, in cui il povero ebanista ebreo (uno degli ultimi ruoli di Riccardo Billi) non riesce ad avere giustizia poiché il marchese ha corrotto chiunque per dimostrare che a Roma ha ragione chi è ricco. Il gesto finale del Marchese, che paga il doppio del dovuto all'artigiano e gli regala un piccolo podere per rifonderlo dell'umiliazione subita in quanto ebreo (pece e piume, giusto per) non fa che confermare la personalità megalomane di Onofrio, assurtosi a censore di un sistema di cui fa parte con grandissima soddisfazione. 

Altro momento magico è la scena di Gasperino il Carbonaro che licenzia l'amministratore infedele (Se tu me freghi qui, me freghi su tutto! Perciò sei un ladro; sei ladro tu, tu padre e tu nonno e io ve licenzio a tutti e tre) e quanti ricordi di alcune pagine del Gattopardo. 

Accanto a Sordi, che, come al solito giganteggia impedendo a chiunque altro di rubarli anche un angolino di scena, il già citato Riccardo Billi, il papa Pio VII di Paolo Stoppa (l'unico a poter tener testa al protagonista) che ha il pesante compito di pronunciare "Non possiamo. Non dobbiamo. Non vogliamo", il Don Bastiano di Flavio Bucci, il personaggio forse più drammaticamente autentico del film, un inedito Aurelio "Cochi" Ponzoni tra la fine del duo e la riscoperta degli anni novanta nel ruolo del cognato Rambaldo. Cioè un cast per cui oggi bisognerebbe fare carte falsissime. 

Il Marchese del Grillo è un film profondamente romano, della Roma sparita di Roesler Franz e della Roma corrotta di Belli, dei nobili e del popolino, del Papa Re e della Rivoluzione francese che avanza facendo finire il tutto. Superstiziosa, piccina, ottusamente conservatrice, la Roma papalina è il Marchese del Grillo, e solo Sordi poteva dare corpo a tutto questo. Tutto, scenografie stupende, costumi sontuosi, trama non sempre adeguata, sono semplici accessori alla recitazione di Sordi e alla regia di Monicelli. Al loro cinismo e alla loro crudeltà. 

Chiudiamo con una nota: la celebre battuta non è una novità nel cinema italiano. La dice Pippo Franco nei panni di Romolo in un film del 1976 Remo e Romolo - Storia di due figli di una lupa.

domenica 15 febbraio 2015

Telefonate e libri neri

"Pronto, scusi, qui è la TiempoNord, lei ha partecipato al concorso Nivea?"

L'incipit della telefonata è uno di quelli che fa sfregare le mani all'Economa (il che, quando si è nel bel mezzo di una telefonata, non è punto facile), ma stavolta non è andata così. Perché la telefonata la ha ricevuta (rullo di tamburi e fiato alle trombe, Turchetti) il Radioamatore. Che si è affrettato a sussurrare "E'la TiempoNord!" all'Economa che lo osservava curiosa. 
Com'è, come non è, in estrazione finale il signor Radioamatore Ladino è risultato vincitore di un'ulteriore carta spesa da cinquanta euro. 
Attimo di entusiasmo generale e si torna alle consuete attività. Passa un quarto d'ora e squilla il telefonino dei concorsi dell'Economa (breve spiegazione: l'Economa si è recentemente dotata di telefonino di ultimissima generazione, ma ha sempre con sé un vecchio Nokia scassone indistruttibile, regalo del Radioamatore di parecchi anni or sono, dotato di sim-muletto ed utilizzato quasi esclusivamente per concorsi a premio): vi dico solo che quando ha capito chi fossimo, la gentilissima addetta della TiempoNord si è messa a ridere. Altri cinquanta euro. 

Dovete sapere che per il progetto del "gruppo del fare" la sora Economa ha deciso di mettere nero su bianco la sua attività concorsistica 2015 e di fare le cose benino. Quanto ho investito, quanto ho eventualmente vinto, cosa ho ricavato, il tutto scritto sul libro nero di cui abbiamo una diapositiva. 





L'arguto osservatore noterà che trattasi di agenda 2014 (se una nasce tirchia, rimane tirchia); noterà altresì le parole "Vallelata Ciuffo" accanto al numero magico 11. Ecco, questo è il rovescio della medaglia del concorsista. Avevo investito parecchio in un concorso contabilizzato 2014 che ritenevo abbastanza facile da vincere (in palio c'erano 30 tablet Samsung Galax): le caratteristiche erano a me favorevoli. Il prodotto lo consumiamo (in effetti è un buon fiordilatte industriale), il concorso era riservato ai prodotti dei negozi di prossimità (quindi meno partecipanti) e si dovevano spedire le prove d'acquisto (quindi sbattimento di preparazione, ergo meno concorrenza). 

11 buste. 11 bellissime buste, una diversa dall'altra. 

Avessi vinto un tablet. Manco mezzo.  Dato che nel giro dei concorsi le vincite sono uscite, trattasi della famosa sfiga fotonica che ogni tanto capita. Questo per rendere chiaro che nella vita del concorsista non tutto è facile e, soprattutto, bisogna contabilizzare perdite e vincite (non come fanno alcuni giocatori che rendono pubbliche solo le seconde).

Se ve lo chiedete sì, il Radioamatore si sta facendo delle grasse risate. Ma non demordo: in settimana giro acquisti per altro concorso, con una carta prepagata vinta nel 2014. Prodotti abbastanza cari, ma per cui ho già messo in moto la macchina dei coupon!

 

sabato 14 febbraio 2015

#ioleggoperché

#ioleggoperché

#ioleggoperché lo faccio con estrema soddisfazione da quando avevo quattro anni
#ioleggoperché mi piace, e lo grido ai quattro venti
#ioleggoperché tra saltare un pasto e saltare un libro, incredibilmente preferisco la prima ipotesi
#ioleggoperché chi mi disturba mentre leggo rischia le penne

E per l'iniziativa, vi rimando alla 'povna che in queste cose è molto più brava di me!

lunedì 9 febbraio 2015

Lunedì film. Luchino Visconti, Il Gattopardo

Ce l'avevo in mente da un po', la double feature libro e film. Sì, perché mi è venuta in mente la mia infanzia, quando sotto Natale trasmettevano i film animati di Asterix ed io ero delusa dalla voce dei doppiatori, perché nella mia testa Obelix aveva un timbro che non corrispondeva a quello che fuoriusciva dalle casse della TV.

Quindi parliamo de "Il Gattopardo", film del 1963.

 

Cosa dire del film di Visconti? Per prima cosa taglia tre macro sequenze: una è la visita di Padre Pirrone al paese natale, le altre due sono invece la morte del Principe e la cupa conclusione del romanzo. Il film finisce narrando l'alba della mattina dopo il ballo, con il presagio di morte che aleggia su Fabrizio senza essere portato a compimento.

L'ambientazione è magnifica, girata in gran parte in veri palazzi nobiliari (un consiglio, se vi capita di essere ai Castelli Romani visitate il Palazzo Chigi di Ariccia, dove è girato il dialogo tra il Principe e Chevally, poiché conserva alcuni pezzi unici quali le tappezzerie in cuoio), con un'attenzione particolare ai costumi. Claudia Cardinale ricordava le piaghe procurate dal busto (aggeggio che ha provocato ecatombi, non scordiamolo, poiché comprimeva gli organi interni in nome di giro vita minuscolo). 
Burt Lancaster, non la prima scelta di Visconti per il ruolo di Fabrizio e quasi imposto dalla produzione nell'inutile speranza di un successo di cassetta del film negli USA, diviene IL Gattopardo, con un trucco che addirittura crea una somiglianza con un felino, giganteggiando in tutto il film, quasi come nel libro.

E'su Tancredi e Angelica che trovo qualche pecca: bellissimi e giovanissimi, Delon e Cardinale potrebbero ben rappresentare la doppiezza dei personaggi (il primo, più che la seconda, fanno lampeggiare appena in qualche scena il profondo cinismo), ma Visconti non calca questo aspetto, evidenziando lo splendore più che la crudeltà. Molto più azzeccato il Cavriaghi di Mario Girotti (non ancora Terence Hill ed una delle tante ossessioni estetiche di Visconti), meno malizioso dei brillanti siciliani a cui deve far da paravento e pregno di un'innocenza che non si trova nella tormentata Donnafugata.
Il troncamento della trama non permette a Concetta (Lucilla Morlacchi, più attiva nel teatro che nel cinema) di esprimere la sua moralità tutta gattopardesca (nel senso della famiglia Corbera, non in quello successivo), chiudendosi nell'immagine di innamorata delusa. 

Un film che ha infine un incredibile pregio: pur durando più di tre ore (nella versione estesa), scorre sempre piacevole ed interessante. Da vedere e, se si ha davanti una lunga serata invernale o un caldo pomeriggio estivo, da rivedere con piacere. 

Per i Lunedì film di Iome.

domenica 8 febbraio 2015

Il gruppo del fare

Ha preso forma per caso, in occasione di un concorso a premi. 

Avevo ripreso un post di Iome in cui si prospettava un anno del fare, ed effettivamente ad un mese di distanza posso constatare che ho fatto, faccio e sto facendo. Cosa?

Ho iniziato a potenziare le due-tre cose in cui sono abbastanza abile (la burocrazia, innanzitutto, o l'acquisto di beni e servizi con la tecnica "Pazzi per la spesa") ed è stato un buon inizio 2015: per le cose serie ho sbrogliato un paio di matasse toste conto terzi, ne sto studiando almeno altre due e quando di mezzo c'è la malattia bisogna fare presto e bene.
Per il "Pazzi per la spesa" ho comperato il Dash Ecodosi Pods da 18 capsule a 1,19 euro e vado a vantarmene al bar, sto per far scorta di Pantene a 0,90 euro e durante questa mattinata pianificherò un concorso (Lactacyd - Tigotà) poiché la Divinità dei Concorsiti mi ha fatto arrivare venerdì una carta acquisto Tigotà vinta con un altro concorso ad ottobre (ho una vita molto piena....). 

Cucino, con gusto, piatti nuovi che stranamente trovano l'approvazione del Radioamatore. 

Il lavoro? Il lavoro va a gonfie vele, e mi è caduta dal cielo un'attività supplementare insperata e fonte di bonus: gestione di un archivio (che per me corrisponde al gelato di vaniglia, quello buono). 

Ho iniziato a far partire con ancora maggior frequenza pacchi e buoni sconto in giro per l'Italia a parenti e amici. 

Sto facendo. 

Mi piace.

venerdì 6 febbraio 2015

Critica letteraria Economa: Il Gattopardo, Giuseppe Tomasi Di Lampedusa

"They are coming to teach us good manners, but they wont succeed, because we are gods"

Così spiega Fabrizio Corbera, Principe di Salina, le ragioni del mondo dei grandi nobili siciliani che sta finendo. Lo spiega ad Aimone Chevalley di Montersuolo, grigio ed onesto funzionario savoiardo che vuole offrirgli un posto da Senatore.

L'incontro tra due mondi a Donnafugata è una delle tante scene magistrali che formano "Il Gattopardo", romanzo affascinante sia per la sua genesi editoriale che per il suo gigantesco protagonista. Fu Giorgio Bassani, su consiglio di Elena Croce, a volerne la pubblicazione presso Feltrinelli, dopo che Vittorini lo aveva bocciato; l'autore Giuseppe Tomasi di Lampedusa era morto poco tempo prima, passando gli ultimi mesi della sua vita a rifinire il manoscritto. Autentico nobile siciliano, mitizza nel principe Fabrizio un suo antenato; il romanzo è situato cronologicamente tra il 1860 ed il 1910 e narra la fine di un mondo che si riteneva immutabile, quello della grande nobiltà terriera siciliana.
Il crollo della monarchia borbonica per mano di Garibaldi si instaura in un momento in cui già le grandi famiglie stavano assistendo al "volo delle rondini", la vendita dei latifondi per mantenere uno stile di vita assai dispendioso; vittima del più spettacolare volo di rondini che si ricordasse in Sicilia è Tancredi, nipote di Fabrizio, il cui padre aveva devastato un immenso patrimonio.

E'Tancredi, nel primo capitolo, a pronunciare una delle battute più famose è più spesso mal ripetuta della storia della letteratura italiana: annunciando allo zio la sua decisione di unirsi ai garibaldini, afferma "Se non ci siamo anche noi, quelli ti combinano la repubblica. Se vogliamo che tutto rimanga come è, bisogna che tutto cambi. Mi sono spiegato?"

Calcolatore, opportunista, cinico, affascinante, Tancredi di Falconeri si presenta subito come una personalità forte, nonostante la sua giovanissima età, che vuole scappare al destino di decadenza del suo mondo e della sua terra; gli mancano però i soldi per affrontare il salto e un possibile matrimonio con Concetta, una delle figlie del principe Fabrizio, non gli permetterebbe l'agiatezza necessaria. Forse Fabrizio vuole bene a Concetta, se per lui è possibile parlare di affetto, e Concetta sicuramente è attratta da Fabrizio, ma è attratta come può esserlo una rigida gattopardina, ancora legata al mondo morente della nobiltà siciliana, ai suoi canoni ed ai suoi legami sconvolti da Garibaldi. In estate, quando tutto è compiuto e la Sicilia è ormai terra dei Savoia, la consueta villeggiatura estiva a Donnafugata, un feudo di famiglia, muta i destini dei protagonisti. Nella scena irrompono don Calogero Sedara, borghese affarista che approfitta della poca dimestichezza di molti nobili nel gestire i beni per creare il suo impero economico, e sua figlia Angelica. Giovanissima, sensuale più che bella, Angelica colpisce doppiamente Tancredi, con il fascino e con il patrimonio; l'educazione a Firenze l'ha resa accettabile per un'entrata in società tramite matrimonio. Anche lei cinica, anche lei calcolatrice, scorge in Tancredi il mezzo per crearsi un ruolo sociale insperabile fino a pochi anni prima. Don Fabrizio vede il crollo delle speranze di Concetta, e freddamente non interviene, acconsentendo al matrimonio di Tancredi ed Angelica; sa che il nipote può lasciare la Sicilia per una carriera politica a Roma e non vuole frenarlo. 
E'a Donnafugata che avviene il dialogo con Chevalley, che sarà ben lieto di tornare al suo operoso e povero Piemonte dopo aver annusato l'aria di morte del feudo gattopardesco, e sono pronti a partire anche Angelica e Tancredi, verso un destino di coppia mediocre ed una brillante carriera sociale. Don Fabrizio lo sa: il loro mondo vivrà sotto altra forma, ma vivrà, grazie al fiume di danaro portato da Angelica. Anche l'impresentabile don Calogero arriverà a Palermo, ingentilendo i modi rozzi ed ingraziandosi i nobili con la sua arguzia merceologica.

Il gigante, l'uomo alto due canne morirà a Palermo più di venti anni dopo, in un albergo, senza l'amata moglie Maria Stella che lo aveva preceduto. Non nel suo palazzo, non nel suo letto, non assistito dal suo medico. Tancredi, ormai brillante uomo di mondo, sarà comunque lì.

Non sarà però presente nell'ultimo capitolo del romanzo, quando tre delle gattopardine, tra cui Concetta mai sposatasi, ormai invecchiate verranno private delle reliquie della loro cappella per volere del Carinale Arcivescovo di Palermo, stanco dei capricci e della superstizione delle tre reduci. Angelica si sta preparando al cinquantesimo dell'impresa di Garibaldi a Palermo ed offre un biglietto d'onore a Concetta per la celebrazione. La memoria di un aneddoto salace che Tancredi raccontò la sera della cena a Donnafugata dove si compirono i destini del trio, aneddoto rivelatosi solo ora falso e che Tancredi aveva narrato per scoprire le reazioni delle due rivali, risveglia in Concetta i sentimenti di cinquanta anni prima. Capisce che la sua reazione irrigidita aveva spinto Tancredi a scegliere la volgare, ma viva, Angelica. Il suo mondo crolla definitivamente e non può fare altroche gettare nell'immondizia il cane Bendicò, fedele compagno del Principe durante i tumulti del 1860 e ridotto dopo cinquanta anni a inquietante presenza imbalsamata.

Due personaggi sgradevoli, Tancredi e Angelica, doppi anche quando proiettano l'immagine di perfetti innamorati durante il ballo; due personaggi lontani, Fabrizio e Concetta, il primo conscio del crollo imminente, la seconda vestale di un mondo che fu. Tanti triangoli, Tancredi-Angelica-Concetta, Fabrizio-Maria Stella- la morte, le capitali d'Italia che si susseguono nella storia di Angelica, per cui però Torino è sostituita dalla Sicilia, dal mondo da cui proviene e che non la abbandonerà mai. Il termine gattopardesco entrato nel lessico comune grazie a Tancredi, e non al giganteggiare sopra tutti gli altri, anche per perspicacia, di Fabrizio. 

Un libro da leggere e rileggere, per scoprire ogni volta diverse sfaccettature di una verità che viene sepolta non appena si manifesta. 

Con "Il Gattopardo" partecipo per la prima volta ai Venerdì del libro.



domenica 1 febbraio 2015

Lunedì film: Febbre da Cavallo

Come nasce un film di culto? Cosa porta una pellicola di cassetta a diventare un successo a venti anni dall'uscita nei cinema? 

Con questo mio contributo per Lunedì film (che, penso, mi costerà l'espulsione immediata e motivata dalla rubrica) vorrei mettere in chiaro alcuni punti che, pur esistendo numerosissima letteratura sul film, non sono ancora stati analizzati. 

Parliamo di Febbre da Cavallo. 



Sarà una narrazione strutturata in tre parti: la prima intende far luce sul film e sugli attori, ed è ambientata nel 1976, la seconda è un intervallo che copre i destini dei protagonisti dal 1976 al 1995, la terza invece sul suo improvviso successo a metà degli anni novanta, e qui posso dire orgogliosa "Io c'ero".

La trama è semplice: tre amici, Bruno Fioretti detto "Mandrake", attorucolo e indossatore, Felice Roversi, parcheggiatore e Armando Pellicci, detto "Il Pomata", ex fantino, sono ossessionati dalle scommesse e dall'ippica. Quando, invece di puntare sulla Tris suggerita a Gabriella, fidanzata di Mandrake, da una cartomante ed effettivamente vincente, piazzano una scommessa su Antonello da Messina ("E lo guida Bocconi") perdendo un colpo da venti milioni ("Me servono 20 mijoni Mafa', 20 mijoni"), hanno l'unica possibilità di rifarsi facendo vincere il Gran Premio degli Assi a Soldatino dell'Avvocato De Marchis. 

A leggerla, una semplice trama da commedia come tante. Allora, perché? Partiamo dall'inizio. 

1976

Avete presente tutte quelle commedie a basso costo che escono sotto Natale con protagonisti comici televisivi? Febbre da Cavallo nasce come uno di questi film di cassetta. Perché a posteriori è facile dire "Uehlà, un film di Steno con Proietti e Montesano, chissà quanto sarà costato, e che successone sugli schermi!": in realtà, dopo l'epoca d'oro del sodalizio con Sordi e Totò (almeno sul piano economico, perché su quello della critica i due attori erano ancora ben poco considerati), Steno dirigeva anche tre film l'anno e non sempre dei capolavori o dei successi al botteghino ("Anastasia mio fratello" del 1973 fu firmato Stefano Vanzina, quasi volesse dividere questo film drammatico dal resto della produzione). Gigi (nei titoli Luigi) Proietti ed Enrico Montesano erano nel 1976 rispettivamente un attore soprattutto teatrale il primo (quasi travolto dal ruolo di Aldemar in "Alleluja brava gente" del 1970 ottenuto come sostituto improvvisato di Domenico Modugno) e televisivo il secondo (aveva inanellato una serie di successi in trasmissioni in cui faceva da spalla alla grandissima e mai troppo rimpianta Gabriella Ferri). Eh, ma c'era anche Adolfo Celi, l'Emilio Largo di Thunderball; sì, ma anche Celi (immenso attore e regista teatrale che aveva passato anni in Brasile) era spesso protagonista in televisione. Se nei primissimi anni settanta girò sia lo sceneggiato "Joe Petrosino" che un filmetto dal titolo "Amici miei", era in quel periodo più famoso per il primo che per il secondo (il Sassaroli! Non mi consideravano il Sassaroli!). Gli altri attori erano o emergenti (Marina Confalone aveva 25 anni e veniva dalla compagnia di Eduardo), in una fase di transizione (Catherine Spaak, da ninfetta a signora della televisione italiana) o solidi caratteristi (Mario Carotenuto, 167 titoli su IMDB).

Quindi "Febbre da cavallo" in origine era un film di cassetta, destinato ad una decente durata sugli schermi, ad incassare dignitosamente e a perdersi ben presto nel dimenticatoio come tante altre pellicole. Cosa che fece.

Intervallo

Io non so se sia stato "Febbre da Cavallo" a portar fortuna, ma  per i due protagonisti il 1976 diviene un anno magico. 

Gigi Proietti, assieme a Roberto Lerici, autore di "Fatti e Fattacci" che nel 1975 aveva portato l'attore romano ad intraprendere un interessante sodalizio con Ornella Vanoni, scrive un one man show che doveva rimanere in cartellone per sei giorni, dato che il genere in Italia non era molto conosciuto e apprezzato. Peccato che il titolo dello spettacolo fosse "A me gli occhi, please", ancora ricordato come una delle pietre miliari del teatro capitolino: 300 repliche, e carriera di Proietti decollata definitivamente.

Enrico Montesano, nel 1977 è protagonista di "Quantunque io", spettacolo televisivo trasmesso a colori di Rai 2 (gli spettacoli con la Ferri erano girati a colori, e così li vediamo nell'archivio Teche Rai, ma erano trasmessi in bianco e nero perché la televisione a colori in Italia iniziò nel 1977). Anche qui, enorme trampolino per l'attore romano, che diviene un volto popolarissimo di cinema, teatro e tv per tutti gli anni ottanta.

L'opera di Steno viene presa di nuovo in considerazione.... quando i figli Enrico e Carlo diventano i precursori del cinepanettone, inanellando una serie di successi di cassetta e costume per almeno un decennio.

Adolfo Celi entra nel mito grazie al Sassaroli, pur passando per una triste esperienza televisiva con "I Borgia" nel 1981 (trasmessa nel Regno Unito, la serie soffrì molto per la pronuncia poco british di Celi, e viene ricordata come un fiasco); ne viene rivalutata tutta l'opera.

La Spaak lancia nel 1988 "Harem" e lo conduce per 15 anni con garbo e classe. 

Marina Confalone appare in una robusta serie di film, e gradisco più ricordare "Così parlò Bellavista" (in cui è perfettamente in parte) rispetto a "Il Marchese del Grillo" in cui è stereotipata. 

Ennio Antonelli (Manzotin), noto volto della Cinecittà meno blasonata, era stato caratterista nel vanziniano Sapore di Sale e attore non protagonista nel ruolo di Spartaco Sacchi ne "I ragazzi della terza C", serie televisiva ancora ben impressa nelle giovani menti. 

Passano gli anni ottanta, passano i primi anni novanta ed arriviamo al....

1996

Gigi Proietti ottiene un enorme successo come "Maresciallo Rocca": parte con 8 milioni di spettatori, chiude con 15 milioni. La serie viene promossa da Rai 2 a Rai 1 ed è un fenomeno televisivo.

MA

Non esistono solamente le grandi stazioni televisive, ne esistono anche di locali; a Roma da qualche anno è popolare Super 3 (che ha purtroppo cessato le trasmissioni nel 2013), soprattutto per il suo buon portafoglio di cartoni animati anche dedicati ad adolescenti e giovani adulti (ci passeranno anime come Ranma 1/2). Quindi parecchi universitari sclerati bazzicavano quel canale soprattutto all'ora di merenda, circa verso le 17.00, quando i neuroni hanno bisogno di una pausa dopo ore passate a litigare con lo studio. Tra di loro, la scrivente e il di lei fratello, allora entrambi facenti parte della categoria.

A metà pomeriggio Super 3 trasmetteva dei film a basso costo, ed in un periodo ne ruotava due: il primo era "Due strani papà" con Pippo Franco e Franco Califano, regia di Mariano Laurenti, con una storia comunque interessante da raccontare. E'una commedia del 1984 mai uscita nei cinema, perché al momento della distribuzione il Califfo fu coinvolto in una brutta vicenda giudiziaria per cui passò qualche tempo in carcere, prima di venire totalmente prosciolto nel 1987. I grandi spettacoli televisivi del Bagaglino inizieranno proprio in quell'anno e Pippo Franco vivrà una stagione di record di ascolti: la sua carriera cinematografica, anche quella in gran parte sotto l'ala di Pingitore, viene un po'tralasciata e "Due strani papà" entra direttamente nel circuito delle tv locali. 

Il secondo è "Febbre da cavallo". Il virgulto universitario capitolino medio (e il virgulto universitario fuori dal GRA medio) iniza a memorizzare intere parti dei dialoghi; a mensa, si inizia a parlare citando le battute. La VHS del film (eh già, siamo nel periodo pre youtube, ma in cui c'era già la possibilità di fruire dei film a casa), rarissima, diviene merce di scambio preziosa (io ce l'avevo!). 
Si iniziano a cercare le location del film (ancora oggi a volte c'è più gente davanti al Gran Caffé Roma che alla scalinata dell'Ara Coeli lì di fronte). Il vecchio film di cassetta con attori televisivi era maturato in un buon film con attori famosissimi, un regista finalmente apprezzato ed una serie di situazioni e dialoghi esilaranti.  

Inizia la sua storia di film cult, con cui partecipo ai Lunedì Film di Iome (che avrebbe ragione a lapidarmi a causa dei miei gusti cinematografici).  


« Chi gioca ai cavalli è un misto, un cocktail, un frullato de robba, un minorato, un incosciente, un regazzino, un dritto e un fregnone, un milionario pure se nun c'ha na lira e uno che nun c'ha na lira pure se è milionario. Un fanatico, un credulone, un buciardo, un pollo, è uno che passa sopra a tutto e sotto a tutto, è uno che 'mpiccia, traffica, imbroglia, more, azzarda, spera, rimore e tutto per poter dire: Ho vinto! E adesso v'ho fregato a tutti e mo' beccate questa... tié!. Ecco chi è, ecco chi è il giocatore delle corse dei cavalli. »